(Dicembre 2012/Gennaio 2013)
"Chi si sente a suo agio in casa, non va peregrinando lontano. I molti viaggi di scoperta nel mondo dimostrano l'insoddisfazione universale."
Friedrich Ruckert, Unbefriedigung
Da Roma, con un volo Saudi Arabian, facciamo scalo a Riyadh e da qui proseguiamo per Jakarta. Dopo qualche ora di attesa siamo di nuovo in volo per raggiungere Jayapura, capoluogo della Papua (già Irian Jaya) ed infine con un'ultima tratta aerea proseguiamo per la nostra destinazione finale: Wamena, centro principale della Valle del Baliem. Questa valle, scoperta solo alla fine degli anni '30, è la regione dell'entroterra di Papua più agevolmente raggiungibile ed è uno dei pochi luoghi al mondo in cui ancora si conserva il fascino della cultura ancestrale. Lunga una sessantina di chilometri e larga sedici, la valle è attraversata dall'impetuoso fiume Baliem che in meno di 50 chilometri compie un dislivello di 1500 metri fino a sfociare nel mare. Timbrati i nostri visti presso la locale stazione di Polizia, iniziamo a prendere confidenza con Wamena in attesa dei nostri bagagli che non risultano essere stati imbarcati sull'ultimo volo. Wamena è una cittadina polverosa e disordinata che pur non avendo molto da offrire al visitatore, rappresenta tuttavia l'unico punto di partenza per esplorare i villaggi della valle. Da qui infatti organizzeremo i trekking dei giorni successivi e con l'ausilio di una guida, un autista, un cuoco e tre portatori, ci addentreremo nei territori a sud e a nord della valle.
Pur non risultando ancora arrivate le nostre valigie (che stando a quel che ci dicono in aeroporto risultano stranamente "sparite"), decidiamo comunque di non perdere altro tempo e di partire per la zona meridionale della valle. Così, dopo circa un'ora di viaggio in fuoristrada, raggiungiamo Sogokmo: da qui iniziamo un trekking che dopo tre ore di cammino ci porta nei pressi del villaggio di Kurima in cui effettuiamo gli ultimi acquisti di vettovaglie. Lungo il percorso facciamo i primi incontri con i Dani, le tribù che abitano questa zona: si tratta di popolazioni tendenzialmente cordiali anche se spesso mostrano una certa timidezza. Gli uomini dei villaggi più isolati spesso indossano unicamente delle custodie peniche (koteka) ricavate dalla buccia di una zucca che viene qui coltivata, mentre le donne indossano sovente una gonnellina di erba essiccata o di fibre che tengono allacciata sotto la vita. Consueto è poi vedere donne che portano sulla testa delle borse di corda che utilizzano per trasportare carichi pesanti oppure i prodotti delle coltivazioni. Nei piccoli villaggi che incontriamo lungo i sentieri che si inerpicano per i monti che circondano la valle, capita spesso di imbattersi in donne con le falangi delle dita delle mani amputate. Questa usanza, sebbene sia formalmente vietata dalla legge, è ancora oggi diffusa: avviene difatti che alla morte di un congiunto le donne si recidano la falange di un dito in modo da sostituire con il dolore fisico il dolore psichico provocato dalla perdita della persona defunta. Non è raro incontrare donne che hanno ormai solo più il pollice (unico dito che non viene tagliato), segno che le stesse hanno patito la perdita di parecchi congiunti e che hanno praticato l'amputazione delle falangi numerose volte.
Con altre due ore di cammino raggiungiamo infine Polimo in cui ci fermiamo per la notte usufruendo di una capanna in legno messaci a disposizione dall'insegnante del villaggio. Il cuoco al nostro seguito accende velocemente un fuoco nella capanna destinata a cucina ed alla luce delle fiamme e di alcune candele (i villaggi della valle del Baliem sono difatti privi del servizio di elettricità a parte qualche sporadico generatore di corrente a pannelli solari) prepara una cena a base di mie-goreng, nasi-goreng, e verdure stufate. Nel frattempo delle valigie non vi è più nessuna notizia per cui ci rassegnamo ad affrontare i trekking dei giorni successivi esclusivamente con una maglietta, un paio di bermuda ed un solo paio di biancheria intima, unici indumenti che abbiamo al nostro seguito. Considerata l'impossibilità di poter lavare i vestiti e di potersi cambiare, considerato che durante il giorno le temperature e la fatica fanno sudare abbondantemente il corpo e considerato che abbiamo a disposizione unicamente qualche salviettina inumidita, i giorni seguenti si riveleranno alquanto difficili ed impegnativi sotto il profilo dell'igiene personale. In ogni caso prendiamo "con filosofia" queste difficoltà che peraltro ben si conciliano con il generale contesto del luogo, delle tribù che vivono qui e dei nostri compagni di avventura!
Il giorno dopo ci svegliamo di buon mattino e ci prepariamo per un trekking molto lungo che richiederà quasi otto ore di cammino. Attraversiamo i villaggi di Anjelma ed Ibiroma costeggiando il fiume Baliem che scorre impetuoso al fondo della valle e continuiamo a marciare fino all'ora di pranzo. Alle faglie di una sorgente nei pressi del villaggio di Kilise facciamo sosta per rifocillarci. Nei villaggi che incontriamo durante il nostro cammino oltre a non trovare alcun genere di articoli da acquistare, non è nemmeno possibile trovare dell'acqua potabile e non potendo altresì, i portatori che sono al nostro seguito, trasportare un carico eccessivamente oneroso, siamo costretti di volta in volta ad approvigionarci di acqua presso i torrenti o le fonti naturali per poi farla bollire prima di poterla consumare per bere o per preparare da mangiare. Nel primo pomeriggio iniziamo a discendere le ripide pendici delle colline per raggiungere il fiume Baliem. Percorriamo stretti sentieri scivolosi fino a quando arriviamo in prossimità di un ponte sospeso che sovrasta le fragorose acque del fiume. Attraversiamo ad uno ad uno il ponte al fine di evitare che l'ondeggiamento della esile struttura possa provocare lo scivolamento delle altre persone. Giunti sull'altra sponda iniziamo nuovamente a salire fino a raggiungere una stretta valle percorsa da un affluente del Baliem. Attraversiamo anche questo fiume tramite un piccolo ponte sospeso ed iniziamo un'altra ripida salita che dopo due ore di cammino ci porta a Wuserem, villaggio in cui facciamo tappa per la notte dormendo in una piccola capanna messaci a disposizione dal capo della tribù.
La mattina seguente partiamo per un altro trekking che in circa sei ore ci conduce al villaggio di Syokosimo. Pranziamo presso un torrente attraversato da un ponte in legno e nel primo pomeriggio riprendiamo la marcia arrampicandoci sul versante della montagna. Panorami mozzafiato si aprono all'orizzonte rivelando ora cascate in quota, ora villaggi remoti, ora sentieri costeggiati da fitta vegetazione ed ora terreni coltivati dalle tribù che dimorano in questa valle. Verso sera giungiamo presso il villaggio di Ughem in cui trascorreremo la notte nell'ennesima capanna che ci viene allestita dal capo della comunità. Al calar della sera si rinnova il rito della preparazione della cena con l'accensione del fuoco e con lo scambio di quattro chiacchiere assieme agli abitanti del villaggio che incuriositi si sono avvicinati a noi e si sono seduti intorno al falò.
Il giorno successivo ci svegliamo alle prime luci dell'alba ed avvolti dalle nubi che salgono dal fondo valle, iniziamo la discesa lungo il versante della montagna. Durante il cammino incontriamo altre genti del luogo che procedono verso valle per raggiungere Kurima al fine di vendere i loro prodotti od acquistare generi di prima necessità (questo villaggio è l'unico della zona in cui esiste uno spaccio). Nel corso della discesa le nubi si diradano ed ancora una volta si aprono all'orizzonte spettacolari paesaggi che rendono unica questa remota valle. Dopo circa tre ore di trekking giungiamo nei pressi di un ponte sospeso al di là del quale si trova Kurima e da qui, dopo un'altra ora di cammino, arriviamo a Sogokmo, località dalla quale eravamo partiti quattro giorni prima. Facciamo quindi rientro a Wamena e qui cogliamo l'occasione per visitare il mercato principale della cittadina. Il luogo si rivela una vera e propria baraonda di gente e di mercanzia, con qui il settore della verdura, lì vicino quello della frutta, là quello dell'artigianato, ed ancora quello del pesce ed infine quello della carne. Passeggiamo per una mezz'ora tra le caotiche bancarelle in cui si aggirano agguerriti cani randagi ed un gran numero di maiali intenti a ripulire gli scarti dei prodotti venduti. Per il resto Wamena non merita particolare attenzione: i principali alberghi, locande e ristoranti si trovano lungo la strada principale che praticamente costeggia la pista dell'aeroporto e ad alcuni isolati di distanza si trovano delle vie più tranquille costeggiate da abitazioni e piccoli negozietti.
Il giorno seguente raggiungiamo Jiwika, località posta nella zona nord occidentale della valle. Dopo esserci registrati presso il locale posto di Polizia, ci dirigiamo verso il villaggio e qui veniamo accolti dal capo della comunità che ci ospita e ci mostra le capanne della tribù. Assistiamo alle danze che simulano i combattimenti rituali ed al termine delle stesse viene allestita al centro del villaggio una pira di legno sulla quale le donne depongono delle pietre che vengono arroventate al calore del fuoco. Le pietre vengono poi poste in una buca e ricoperte di erba e foglie su cui vengono adagiate patate, patate dolci, taro, cassava ed altre verdure. Il tutto viene ancora ricoperto di erba ed altre pietre roventi cosicchè il cibo cuoce in una sorta di forno naturale. Durante la nostra visita i villici intendevano procedere in nostro onore all'uccisione di un maialino (che secondo i loro usi viene trafitto da una freccia che perfora la carotide dell'animale dissanguandolo), ma rifiutiamo garbatamente l'offerta e salviamo, almeno per quel giorno, la vita della povera bestia. Dopo aver pranzato con la tribù ci congediamo dai nostri ospiti e dopo circa un'ora di trekking raggiungiamo il villaggio di Sumpaima ove è custodita la mummia di Wimontok Mabel, mummia che risale a 280 anni fa e che è una delle meglio conservate della zona. Rientriamo a fine giornata a Wamena e qui trascorriamo l'ultima notte nella valle del Baliem.
La mattina dopo raggiungiamo l'aeroporto e prendiamo un volo della Trigana airlines che ci riporta a Jayapura. Qui con piacevole stupore e inaspettata sorpresa ritroviamo le nostre valigie che erano rimaste inspiegabilmente dimenticate in un angolo dell'aeroporto. Indossati finalmente nuovi abiti puliti ed avendo ancora una giornata a disposizione prima di raggiungere la nostra prossima meta (vedi resoconto di viaggio: Sulawesi), ne approfittiamo per effettuare una visita della città che sebbene goda di una amena posizione caratterizzata da una bella laguna e da ripide colline boscose che la circondano, non ha tuttavia un granchè da offrire al visitatore. Praticamente tutta la vita cittadina ruota intorno alla strada che costeggia il lungo mare e intorno alle due vie parallele che si addentrano nella valle su cui si trovano i principali negozi, uffici ed alberghi. Unico edificio degno di nota è la grande moschea. Subito alla periferia di Jayapura merita una visita di un paio di ore il caotico mercato di Hamadi, uno dei più interessanti della zona. Qui si trovano diversi negozi di souvenir (dove ci fermiamo per effettuare alcuni acquisti) ed un vasto mercato della frutta e della verdura interessante per i colori, per la varietà della mercanzia e per vedere le persone che qui vi lavorano. La via principale del mercato è fiancheggiata da case decadenti ma caratteristiche. Ci dirigiamo poi a Sentani (località dove si trova l'aeroporto di Jayapura) e lungo la strada che collega le due cittadine costeggiamo il Danau Sentani, un ameno lago che in più punti è costellato da piccoli villaggi eretti su palafitte. Sentani, dal canto suo, non possiede nulla di particolare da offrire al turista se non la comodità della vicinanza all'aeroporto. Ancora oggi sono visibili i segni lasciati dalle rivolte dei separatisti papuani avvenute negli anni dal 1998 al 2002 allorquando molti edifici privati e pubblici furono saccheggiati e distrutti.
Spendiamo qui l'ultima notte in Papua e la mattina successiva prendiamo un volo che ci porta a Makassar, sull'isola di Sulawesi (vedi resoconto di viaggio: Sulawesi).
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